Allenamento H.I.I.T. e Diabete 2: Quali Benefici?

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Il diabete di tipo 2 (T2D) è il tipo più comune di diabete, caratterizzato da iperglicemia, resistenza all’insulina e ridotta secrezione della stessa insulina. Secondo le ultime statistiche dall’International Diabetes Association (IDF, 2017), l’incidenza del diabete negli adulti (20-79 anni) è aumentato bruscamente a 425 milioni in tutto il mondo, e, questo numero, è destinato ad aumentare a 629 milioni entro il 2045. La modificazione dello stile di vita, che comprende una buona attività fisica e una dieta sana, può ritardare o prevenire la sua insorgenza. Per la maggior parte dei soggetti con diabete, si verificano micro e macro-complicanze, le quali sono le principali responsabili dell’aumento della mortalità. All’inizio del diabete, le altrazioni subcliniche cardiovascolari, possono portare successivamente, a malattie cardiache. In condizione pre-diagnosi, si verifica molto spesso, un ispessimento dell’arteria carotide (a livello della tonaca intima-media), con presenza di rigidità arteriosa. Linee guida attuali, raccomandano ai soggetti con diabete, di mantenere adeguati livell di attività fisica, la quale oramai, è vista come uno strumento terapeutico, volto a migliorare e controllare diversi fattori di rischio (controllo glicemico, pressione sanguigna e funzione dell’endotelio). L’American Diabetes Association (ADA) afferma che, persone con diabete di tipo 2, dovrebbero svolgere almeno 150 minuti di attività fisica a intensità moderata (40-60% del Vo2Max) o 75 minuti di intensità fisica vigorosa attività (60-85% del Vo2Max) a settimana. Però studi più recenti, hanno riportato che, effettuando un esercizio fisico intervallato ad alta intensità (H.I.I.T.), si possono ottenere adattamenti cardiovascolari e controlli glicemici, migliori, se confrontati con un allenamento continuo moderato (MCT). La strategia ottimale, rimane quella della continua progressione, partendo da allenamenti che il soggetto tollera al meglio (per favorire l’aderenza nel tempo), fino ad aumentarne intensità, varietà e volume. Combinare i vari tipi di allenenamento risulta più efficace per controllare: rigidità arteriosa e controllo glicemico.

Nelle ultime indagini, si è registrato che combinare un allenamento continuo a intensità moderata, con sedute di forza e H.I.I.T., si migliora significativamente, la rigidità e lo spessore della parete dell’arteria carotidea. La modalità di lavoro H.I.I.T., è una strategia di training clinico promettente. Il diabete, è fortemente legato all’obesità centrale o viscerale. L’allenamento in modaità H.I.I.T., si dimostra vantaggioso in quanto comporta una dilatazione forzata dei vasi, indotta dal maggior flusso sanguigno vorticoso, che batte contro le pareti dei vasi, procedendo molto velocemente, nei muscoli in attività. Normalmente, svolgere sessioni di esercizio puramente di alta intensità, senza adeguati recuperi e per periodi di tempo prolungati, comporta un aumento dello stress ossidativo, dovuto alla produzione di ROS, che potrebbe quindi limitare la biodisponibilità dell’ossido nitrico e mitigare gli effetti positivi dell’esercizio sull’endotelio. Per questo motivo occorre gestire correttamente l’H.I.I.T., fornendo sufficiente recupero tra una sessione e l’altra, adattando la progressione alla persona. Un’altro possibile beneficio, che si registra in misura maggiore nell’eseguire l’H.I.I.T., riguarda l’aumento nella sovra-regolzione di PGC-1α, nei vasi del muscolo in attività. La sovra-espressione di PGC-1α nelle cellule endoteliali, fornisce una migliore capacità antiossidante e difesa mitocondriale. Si spiega che, il miglioramento dell’efficienza vascolare, osservata dopo l’aver svolto l’allenamento H.I.I.T., potrebbe in parte essere dovuto ad una diminuzione dei ROS, senza che quindi venga compromessa la disponibilità di ossido nitrico prodotto (importante vasodilatatore naturale). Insieme ai cambiamenti strutturali nei vasi, si è visto che, chi svolge H.I.I.T., ha un coefficiente di distensibilità dell’arteria carotide maggiore, rispetto a chi si allena ad un’intensità continua e moderata. Lo spessore della tonaca intima e media, a livello della carotide, è un marker molto utile e consolidato, nel predire futuri eventi cardiovascolari nei soggetti con diabete di tipo 2. Si suggerisce che ripetute esposizioni a sforzi di taglio nei vasi, associati all’allenamento intervallato ad alta intensità, comportano uno stimolo chiave per il rimodellamento arterioso. Una recensione recente, ha evidenziato che la modalità H.I.I.T., consente un controllo glicemico superiore, rispetto all’allenamento continuo moderato, permettendo quindi di esprimere che esiste un’associazione tra insulino-resistenza e salute vascolare. Negli studi si spiega ripetutamente che i risultati, vengono raggiunti se, durante l’attenta programmazione e progressione di lavoro, la persona è seguita da specialisti dell’esercizio fisico, con competenze in ambito clinico.

Per quanto riguarda gli allenamenti di forza, sempre svolti ad alta intensità, si è visto che questi, apportano maggiori benefici nel ridurre i livelli di emoglobina glicata (HbA1c) e di insulina. L’emoglobina glicata, è un determinante chiave per il rischio di complicazioni e mortalità associate al diabete. È stato ben documentato che ogni diminuzione dell’1% del valore di emoglobina glicata, è associata a una riduzione del 14% di infarto miocardico, riduzione del 21% del rischio di morte correlato al diabete, riduzione del rischio di sviluppare malattia coronarica del 5-17% e riduzione di mortalità per tutte le cause del 6-15%. Diversi studi randomizzati, hanno mostrato che sia un lavoro aerobico, che di resistenza, hanno abbassato l’HbA1c in misura analoga. Ad esempio in uno studio australiano, dove si è svolto sempre un lavoro di forza ad alta intensità, si è registrata una perdita di emoglobina glicata a 3 mesi, dello 0,6% e a 6 mesi, dell’1,2%, nei soggetti diabetici più anziani. Così via molti studi recenti riportano i medesimi risultati, ovvero che l’esercizio ottimale, deve partire da una moderata intensità, ma poi, avvicinarsi ad uno sforzo più elevato (75-85% di 1 RM).

Questa forte correlazione tra intensità del lavoro di forza e riduzione dell’emoglobina glicata, suggerisce che questo tipo di lalenamento, può essere un approccio adeguato nel controllo di questo valore in soggeti diabetici, in quanto comporta anche un migliore controllo della risposta insulinica, a differenza del lavoro di forza a bassa intensità. I miglioramenti si spiegano grazie ad una maggiore azione della proteina GLUT4 muscolare, oltre che dell’insulina. A livello molecolare, il GLUT4 è stimolato in seguito a contrazione muscolare e / o dall’insulina, e ciò, migliora il trasporto di glucosio ematico nei tessuti. L’aumento della proteina GLUT4 del muscolo scheletrico dopo l’allenamento, è un possibile motivo che giustifica questo potenziamento dell’azione dell’insulina. Una recente meta-analisi ha raccomandato che i soggetti più anziani con diabete 2, devono prestare maggiore focus all’intensità di lavoro, piuttosto che al volume, per migliorare il controllo glicemico, in quanto, questo parametro, è più d’impatto e molto più efficace, nel migliorare questa condizione. L’allenamento della forza, migliora la massa muscolare scheletrica, la gestione del glucosio e la capacità ossidativa mitocondriale. Un miglioramento dell’azione dell’insulina, può ridurre la disgregazione delle proteine ​​muscolari e quindi promuovere e rendere più eficace, anche il turnover proteico. Questi risultati sono stati accompagnati, da dati, in cui si è registrato un aumento nel muscolo scheletrico, di alcuni mRNA circolanti, che promuovono l’ossidazione del glucosio e dei grassi. Il lavoro di forza ha mostrato anche una riduzione di l’interleuchina-6 e fattore di necrosi tumorale. Dal momento che la capacità ossidativa, lo stato antiossidante del soggetto e l’infiammazione, sono intrinsecamente connessi, il miglioramento di queste componenti, porta beneficio all’emoglobina glicata, all’azione di insulina e diminuzione dell’iperglicemia.

Molti studi dimostrano che eseguire anche degli sprint di 10 secondi, ad alta intensità, aiutano a prevenire l’ipoglicemia post-esercizio. È stato anche visto che, svolgere prima il lavoro di forza, e poi quello aerobico, può essere utile nell’abituare l’organismo a mantenere costanti i livelli di glucosio nel sangue. L’esercizio intervallato ad alta intensità è una modalità affascinante di allenamento, che dovrebbe essere preferita rispetto all’esercizio aerobico continuo ad intensità moderata, per aiutare a prevenire l’escursione dei livelli di glucosio. Inoltre, allena il nostro sistema metabolico ad avere un’elevata flessibilità nello spostamento del metabolismo verso altri substrati, riduce la destabilizzazione metabolica post-sforzo, offre protezione contro l’ipoglicemia notturna e comporta un potenziamento del metabolismo ossidativo.

Ricapitolando, le metodiche di allenamento, sia per la fitness cardiovascolare, che per la forza, svolte in modalità H.I.I.T., risultano più efficaci in termini di riduzione della glicemia e miglioramento dell’idoneità cardio-respiratoria, portando a riduzione delle resistenze vascolari, in modo da ottenere quindi un ridotto lavoro cardiaco in risposta a l’aumento della domanda metabolica (fattore protettivo), in quanto migliorano i fattori periferici che sopperiscono all’aumento della richiesta energetica (diminuzione della rigidità arteriosa, aumento della capillarizzazione muscolare, i quali sono solo alcuni dei fattori che migliorano il trasporto e utilizzo di ossigeno). A causa di una maggiore attività del sistema nervoso simpatico, presente nel soggetto diabetico, si registra una più alta frequenza cardiaca a riposo, rispetto agli individui sani. Ciò li espone ad un aumentato rischio di mortalità. Questo tipo di lavoro intervallato, comporta un declino della frequenza cardiaca di riposo, grazie ad una migliore regolazione autonoma del cuore (maggiore attività parasimpatica o minore attività simpatica), con miglioramento del ritorno venoso, grazie all’effetto di pompa muscolare. I soggetti con diabete 2, riscontrano una riduzione nel volume di sangue che riempie le camere cardiache, con accumulo di prodotti metabolici collegati all’iperglicemia prolungata, fibrosi e riduzione della flessibilità del tessuto connettivo, con anche aumento della rigidità miocardica. Oltre ad una significativa riduzione del carico cardiaco, questa metodica di allenamento, ha dimostrato un significativo aumento nella differenza artero-venosa nel muscolo allenato (abilità del muscolo scheletrico ad estrarre l’ossigeno). L’H.I.I.T., è associato a diminuzione della gittata cardiaca durante esercizio fisico submassimale prolungato e questo suggerisce, che viene a crearsi una componente di protezione, perché queste persone riescono a mantenere una prolungata richiesta metabolica, con ridotto stress cardiaco, migliorando soprattutto fattori periferici come capacita di trasporto e utilizzo dell’ossigeno. Questo tipo di lavoro può essere una efficiente strategia non farmacologica che può prevenire il rischio cardiovascolare in queste persone.

Sicuramente l’allenamento moderato continuo, può essere una strategia iniziale per i soggetti fortemente sedentari o decondizionati, ma successivamente, per ottimizzare la salute delle persone diabetiche, è fondamentale progredire verso metodiche di allenamento intervallato e ad alta intensità, in modo da combinare questo lavoro, sia con attività aerobica moderata, che con attività di forza muscolare. Ciò comporterà tutti i benefici dei vari tipi di training.

Negli ultimi studi però, solo l’H.I.I.T., ha avuto un impatto efficace e maggiormente significativo sulle variabili di rigidità arteriosa periferica e distensibilità locale della carotide, suggerendo che questo tipo di allenamento, può indurre sostanziali benefici clinici, sia funzionali che successivamente strutturali, nella salute vascolare del soggetto diabetico.

BIBLIOGRAFIA

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Dott. Fabio Perna

Chinesiologia Clinica / Nutrizione Umana / Nutraceutica e Longevità / mail: dott.fabioperna@gmail.com

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