Educare al Movimento migliora la Resilienza

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

La resilienza è un fenomeno sempre esistito e, sebbene il termine sia stato coniato recentemente e, sia diventato solo negli ultimi anni oggetto di studio e di interesse, essa ha sempre fatto parte della realtà umana e non solo. A partire dagli anni Ottanta invece, gli studi sulla resilienza hanno portato a un modo nuovo di concepire le conseguenze di un evento traumatico ed il rapporto con esse. Si possono sostenere così le persone che hanno subito un evento traumatico o in difficoltà, a riprendere la loro vita, le loro esistenze seguendo delle strade ben precise, magari in risalita ma con tenacia e speranza di riuscita.

Alcune delle peculiarità più rilevanti che affiorano dalle ricerche sulla resilienza è: “la capacità di trasformare un’esperienza dolorosa in apprendimento, qui inteso come la capacità di acquisire delle competenze utili al miglioramento della qualità di vita e all’organizzazione di un percorso autonomo e soddisfacente, in relazione al contesto di riferimento. L’evento traumatico, che in molti casi rischia di far richiudere la persona solo ed esclusivamente nella condizione di dolore, causa conseguente di azioni e comportamenti spesso nocivi, può divenire, al contrario, motore di cambiamento possibile. La storia dell’umanità è costellata da esempi di narrazioni di persone resilienti che nonostante condizioni di vita estreme sono riuscite a resistere, a far fronte e a costruire positivamente la propria vita, invertendo un circolo che poteva far presagire il peggio” (Malaguti, 2005, p.27). Per riuscire a focalizzare l’attenzione sulla resilienza in primo luogo occorre modificare il modo di guardare certi eventi che caratterizzano la natura e la condizione umana, quali la vulnerabilità e la sofferenza con un orizzonte diverso. Ma cosa vuol dire essere resilienti? Essere resilienti significa anche accettare, accogliere questi punti di debolezza e di fragilità senza scandalizzarsi e trovare forme di elaborazione che permettano alla persona di integrare i propri limiti con le risorse interne ed esterne, e comprendere che l’esperienza traumatica, può divenire occasione formativa, di cambiamento, non solo per chi la sperimenta in prima persona, ma anche per coloro che indirettamente la vivono accompagnandoli e sostenendoli in tale percorso.

Come si diventa resilienti

I genitori, gli insegnanti, gli educatori e gli operatori sociosanitari che hanno conosciuto la resilienza si interrogano fondamentalmente sui modi possibili e le soluzioni per promuoverla. In realtà per costruire la resilienza non vi sono delle tecniche e degli strumenti riassumibili in un manuale. La resilienza si sviluppa nell’ambito di un contesto e in relazione a situazioni ben precise. Si possono però distinguere, due aspetti fondamentali (Malaguti, 2005, p.171):

1. le azioni che possono facilitare la capacità o il processo di resilienza antecedenti il momento in cui ci si trovasse a dover vivere una situazione di crisi e a poter sviluppare la capacità di far fronte, resistere, costruire e riorganizzare; ovvero, i comportamenti, le modalità, gli strumenti, gli atteggiamenti che i genitori e gli educatori possono agire per contribuire a uno sviluppo positivo e, dunque, alla capacità di riorganizzarsi di fronte a un evento potenzialmente traumatico;

2. le strategie che possono favorire la costruzione della resilienza nel momento in cui si vive una situazione di svantaggio, definita dalla letteratura scientifica «resilienza strutturale» (come ad esempio una condizione socioeconomica precaria, l’assenza di risorse nel territorio di appartenenza, la presenza di un deficit congenito) o a causa di una situazione improvvisa (guerra, torture, incidenti, sradicamento, deficit acquisito, pandemia ecc.), definita «resilienza congiunturale». I due aspetti sono strettamente intrecciati e interconnessi, non possono essere disgiunti e nemmeno essere considerati uguali. La questione è sottile, ma di grande importanza e non può essere sottovalutata.

Gli studi più recenti hanno puntato la loro attenzione sulle persone resilienti, cercando di analizzare gli elementi precedenti all’evento che ne hanno poi favorito la capacità di evolversi nonostante l’aver vissuto un evento traumatico. Da tali studi sono emersi due aspetti correlati, ma disgiunti. Inoltre non è detto che un bambino cresciuto in un ambiente socialmente riconosciuto come positivo, messo di fronte a dure prove, sviluppi resilienza. Secondo Boris Cyrulnik (2005) diventare resilienti vuol dire percorrere un lungo cammino. Egli identifica tre grandi aree di questo percorso:

l’acquisizione di risorse interne che si sviluppano nei primi mesi di vita: la resilienza del bambino si costruisce nel rapporto con l’altro. La comunicazione intrauterina, la sicurezza affettiva a partire dai primi mesi di vita e, in seguito, l’interpretazione che il bambino dà agli avvenimenti sono tutti elementi che favoriscono la resilienza. Naturalmente esistono delle determinanti genetiche, ma ciò non significa che l’uomo sia nel suo complesso geneticamente determinato, l’ambiente esercita un’azione marcata anche sul piano biologico.

il tipo di aggressione, di mancanza, di ferita e soprattutto il significato che questa assume nel contesto culturale del bambino.

gli incontri, le possibilità di dialogo e di azione-sperimentazione (ad esempio le attività educative), di ri-significazione, di ri-narrazione.

Steven e Wolin, (1993) ricercatori americani, affermano che la resilienza è l’insieme di risorse e di forze interne alla persona. Essi hanno identificato sette elementi che si sviluppano in modo differente fra i bambini, gli adolescenti e gli adulti:

1. Assunzione di consapevolezza: corrisponde alla capacità di identificare i problemi, le risorse e a ricercare soluzioni personali e per gli altri ponendo attenzione ai segnali ricevuti dal contesto.

2. L’indipendenza: basata sulla capacità di stabilire dei limiti, dei confini tra se stessi e le persone vicine, di prendere le distanze da ciò che manipola e di interrompere relazioni negative.

3. Relazioni: lo sviluppo di relazioni soddisfacenti con gli altri, la capacità di scegliere degli interlocutori positivi (marito, compagno, amici, ecc.).

4. L’iniziativa: che permette di controllarsi e di dominare il proprio ambiente e di trovare piacere nello svolgere attività costruttive.

5. La creatività: che aiuta ad ampliare lo sguardo con cui si osservano gli altri e i fenomeni, inoltre favorisce la possibilità di rifugiarsi in un mondo immaginario che permette di prendere le distanze dalla sofferenza interiore e di esprimere positivamente le proprie emozioni.

6. L’humor: che consente di diminuire la tensione interiore e di scoprire la dimensione comica nonostante la tragedia.

7. L’etica: che guida l’azione nelle scelte positive e negative e favorisce la compassione e l’aiuto reciproco.

Queste tappe possono aiutare gli insegnanti, gli educatori, gli psicologi, i genitori ad attivare le risorse e le forze all’interno della storia del bambino e dell’adolescente, per oltrepassare i problemi e affrontare gli ostacoli che possono sembrare insormontabili durante tutto l’arco della vita.

Si può riassumere quanto detto finora che la possibilità di divenire o meno resilienti dipende dal patrimonio genetico, dalle circostanze all’interno delle quali la persona si trova, dagli insegnamenti ricevuti, dai legami di attaccamento che ha sperimentato, dal livello di sicurezza che percepisce, dal modo di relazionarsi con gli altri, la creatività, le condizioni di salute e ambientali, dalla possibilità di incontrare o meno persone positive e responsabili e infine dalle circostanze politiche, religiose, sociali e culturali nelle quali cresce e si sviluppa.

ATTIVITÀ MOTORIE E SPORTIVE PER LO SVILUPPO DELLA RESILIENZA

Educare al movimento già dai primi anni dello sviluppo dell’essere umano, nella cosiddetta fase sensibile, rappresenta un passo indispensabile sia per lo sviluppo delle capacità motorie che per la crescita complessiva del ragazzo il quale, attraverso il movimento e la pratica di attività sportive, potrà definire la propria personalità e accogliere i valori universalmente veicolati dallo sport” (Sgrò, 2015, p.31). Il movimento infatti è uno strumento che notoriamente promuove il benessere psico-fisico degli individui, l’aspetto ludico ricreativo soprattutto in età evolutiva, inoltre, è fonte di gratificazione e di motivazione alla pratica stessa. Per tale ragione rappresenta uno strumento efficace per potere ripristinare l’equilibrio venuto meno in seguito ad un evento traumatico. In poche parole, le attività motorie e sportive possono rappresentare lo strumento che fa emergere delle potenzialità latenti in quanto contribuiscono a promuovere alcuni aspetti fondamentali della resilienza. Questo tipo di approccio sottolinea questo costrutto come: processo dinamico di adattamento positivo dovuto a capacità di mantenere o ripristinare uno stato di salute mentale in un contesto segnato da significative avversità (Luthar, Cicchetti, Becker, 2000). Esse, infatti, “costringono” l’individuo ad affrontare dei percorsi che portano alla conoscenza della propria persona e del proprio io, a fare delle scelte che si riflettono su di sé e sugli altri, a confrontarsi con la realtà, ad imparare ad operare con gli altri individui rispettando regole uguali per tutti. Quindi lo sport contribuisce a sviluppare atteggiamenti resilienti nella persona, perché esso incide sugli aspetti personali e sociali (Driver, Bruns 1999, p.35).

Gli individui non subiscono passivamente ciò che accade loro. Ognuno di noi legge la realtà e reagisce in modo assolutamente personale. Il modo in cui viene data una valutazione di un evento stressante-traumatico prende il nome di valutazione cognitiva. Questo termine sta ad indicare quel complesso sistema per il quale recepiamo gli stimoli esterni della realtà e ne tratteniamo alcuni piuttosto che altri. Questa elaborazione ha come prodotto un complicato sistema di sovrastrutture che costituisce in sostanza la rappresentazione “interna” della realtà. Le conseguenze di questo meccanismo sono di tipo psichico e fisico in quanto, la valutazione cognitiva provoca una reazione emozionale e, quest’ultima attiva la risposta fisiologica e quella comportamentale dell’individuo. In poche parole nessun evento in sé è traumatico se gli individui non lo interpretano come tale. Paradossalmente tutto ciò è vantaggioso perché se da un lato, alla base di questi meccanismi vi è una predisposizione genetica, dall’altro in qualche modo ci si può educare alla resilienza, imparando a controllare questi meccanismi(Trabucchi, 2007). Uno di questi prende il nome di locus of control e rappresenta la posizione, interna o esterna, che gli individui attribuiscono al controllo della propria vita. Il soggetto resiliente è quello che attribuisce il proprio successo all’impegno e l’insuccesso alla mancanza di impegno, il soggetto tendenzialmente depresso attribuisce il successo a cause esterne e l’insuccesso a mancanza di talento, il soggetto passivo attribuisce successi ed insuccessi agli eventi esterni. “Sentire fiducia nella nostra capacità di avere successo e confidare che attraverso gli sforzi possiamo migliorare, sono componenti chiave per il successo. Lo stesso accade quando il soggetto sente che gli errori e i tentativi falliti sono opportunità di apprendimento” (Tortella e Fumagalli, 2017, p. 308). Il soggetto resiliente si impegna perché sa che questo impegno condizionerà la propria vita e, quando dovesse verificarsi un insuccesso sa che questo può essere recuperato prendendo in mano la propria vita. Altro strumento della resilienza è l’autoefficacia o meglio la convinzione che abbiamo del nostro controllo (Trabucchi, 2007). D’altra parte, vi sono deversi studi che dimostrano quanto affermato in particolare, Trzesniewski, Donnellan e Robins (2006), hanno dimostrato con una ampia trattazione, una buona correlazione tra l’autostima e l’attività fisica. “La conquista di abilità motorie e la possibilità di sperimentare il successo delle proprie azioni sono fonte di gratificazione che incentivano l’autostima. Prendere quindi coscienza del proprio corpo e darne parola genera un distacco che permette di riacquistare un certo controllo su di sé e sulla realtà che ci circonda” (Coco D., Casolo F., 2018, p.287).

CARATTERISTICHE RESILIENTI DELLE ATTIVITÀ LUDICHE E SPORTIVE

L’ambiente sociale e l’educazione che abbiamo ricevuto influenzano molto la possibilità di essere o meno resilienti, possiamo pertanto sostenere che anche l’ambiente fisico può influire o meno in questo processo. Sempre più ci si sta rendendo conto che l’attività fisica, lo sport, praticata all’aperto può essere un modo di vivere la città e i suoi spazi in modo concreto e nuovo. Questo orientamento porta a realizzare strutture, spazi che si inseriscono con il contesto, riqualificando gli ambienti degradati, favorendo nuove modalità di fruizione mai sperimentate prima, valorizzando spazi esistenti migliorandoli. “Uno degli esempi europei più significativi, che nasce dalla necessità di risollevare un’area ad elevato degrado fisico e sociale ponendo come soggetto di rigenerazione lo sport e la sua forza di inclusione sociale, è il Nelson Mandela Park ad Amsterdam, evidenziando il ruolo dello sport nella valorizzazione delle potenzialità (non solo fisiche) delle persone e come dispositivo di coesione sociale, in grado di conformare lo spazio pubblico quale community hub che pone al centro la relazione tra persone e comunità” (Cognigni, Vettori, 2020 p. 151).

Le competenze motorie sono alla base dell’attività fisica del bambino/a e sono molto specifiche. È fondamentale che i bambini/e in età prescolare possano svilupparne il maggior numero possibile. Per questo essi necessitano di tanta attività motoria, ripetuta nel tempo. La competenza motoria permette al bambino/a di comprendere meglio l’ambiente in cui si trova e di riconoscere i pericoli. I bambini/e con basso livello di competenza motoria rischiano di non riconoscere le situazioni pericolose e di non saperle affrontare. […] Lo studio conferma i principi della motricità ecologica, che considera fondamentale la relazione tra educazione motoria, ambiente fisico, contesto umano, caratteristiche della persona, tipo di compito. Per un ampliamento delle opportunità e potenzialità della scuola dell’infanzia nella formazione dei bambini/e si suggeriscono percorsi formativi e soprattutto scambi culturali per conoscere e condividere credenze e pratiche” (Tortella, 2020, pp. 227-228). Per riprendere tale concetto si riporta una piccola testimonianza di una bambina di quasi 7 anni di nome Elena C. che frequenta la classe seconda di una scuola primaria in cui dopo aver spiegato cosa fosse la resilienza, naturalmente in termini molto semplici, alla domanda: cosa è dunque la resilienza? La sua risposta è stata: cercare di affrontare e superare dei giochi anche se questi sono molto difficili senza abbattersi. Essenziale e disarmante risposta che racchiude in sé quanto affermato fino ad ora e carico di energia e di volontà di mettersi in gioco. Pertanto possiamo affermare che “i bambini a cui non è stata concessa la possibilità di giocare, non dispongono di quella ricchezza di vita interiore che può ricevere stimolazioni dal gioco” (Calcerano e Casolo, 2003, p, 72). Educare alla resilienza vuol dire semplicemente aiutare a modificare la valutazione cognitiva della realtà, stimolando la ricerca di elementi positivi in un evento per poi imparare a farvi fronte in maniera attiva, incassare il colpo per ripartire, trovare delle opportunità anche da ciò che ci ha fatto sperimentare sentimenti di frustrazione. Gli studi recenti per fortuna sono a favore di una capacità di adattamento alla resilienza. In termini semplificati se ci si sforza di valutare la realtà in modo più funzionale e meno distorto il complicato sistema di sovrastrutture che elabora gli stimoli esterni si risintonizzerà sulla base della “nuova valutazione cognitiva” che abbiamo appreso e imparato a mettere in atto (Trabucchi, 2007). Un modo per aumentare il senso di controllo è di fare esperienza del successo, anche in un campo qualsiasi. Gli studi suggeriscono che un individuo che si trova in una situazione di grossa difficoltà avrà più probabilità di reagire in maniera positiva se ha nel proprio bagaglio personale esperienze di successo. Queste riflessioni spiegano come mai l’attività sportiva possa essere uno strumento utile a contrastare la percezione, fine a se stessa, di sentimenti di frustrazione e a mettersi in discussione in maniera produttiva.

Le discipline sportive obbligano anzitutto a vivere nel reale e a percepirlo in modo semplice, a soddisfare l’innato bisogno di socializzazione e relazione tipico del genere umano, a sperimentare le difficoltà, a gestire le vittorie e le sconfitte, a misurarsi con i propri limiti e quelli altrui, a sperimentare che ogni scelta che si fa comporta delle conseguenze, sempre. In genere lo sport perde questa valenza quando viene strumentalizzato dagli adulti che utilizzano l’attività sportiva del bambino per compensare una loro mancanza. Questo significa derubare i bambini di un ambito prezioso per la loro formazione e sviluppo di atteggiamenti resilienti.

È importante evitare questo circolo vizioso che va a minare uno ad uno i pilastri fondanti della resilienza. Vincere non è una meta sempre raggiungibile, ma questo non significa smettere di volerlo, continuando a competere. La ragione che spinge al gioco può avere a che fare con lo svago, la salute, la terapia, l’amicizia, la socievolezza, la volontà di migliorarsi, più che una vittoria finalizzata a dimostrare la propria superiorità sugli altri (Arnold, 2002). Per accrescere l’autostima non si deve guadagnare un trofeo, ma imparare a conoscere i propri limiti, in quanto vivere la realtà vuol dire accettare che le cose non siano sempre sotto il nostro controllo. Essere forti rispetto alle situazioni di stress non vuol dire non cadere mai (o avere atteggiamenti evitanti), ma imparare a rialzarsi sfruttando tutte le risorse delle quali si dispone. In conclusione, potremmo dire che l’impegno e la dedizione richiesti dalla disciplina sportiva educano all’autodisciplina, all’autonomia e alla capacità di far fronte agli eventi stressanti della vita.

LA PIANIFICAZIONE DI INTERVENTI EDUCATIVI, LUDICO-SPORTIVI RESILIENTI IN CONTESTI DI VULNERABILITÀ

L’Educazione Motoria e Sportiva può e deve essere considerata co-essenziale alla formazione di ogni essere umano. Essa ne forma aspetti strutturali, come la parte del Sé che riguarda il corpo, le sue potenzialità e i suoi limiti, la sua posizione nello spazio fisico, la considerazione delle condizioni di salute generali e specifiche, la sua percezione nell’interrelazione con gli altri, la sua immagine; riguarda anche l’orientamento motivazionale all’accrescimento delle abilità individuali e l’autodeterminazione degli obiettivi riguardanti il benessere psico-fisico. Essa include non solo l’insieme delle attività fisiche che partecipano allo sviluppo di capacità, abilità e competenze motorie, ma anche tutte quelle attività che attraverso il movimento realizzano percorsi di crescita e maturazione complessiva della persona” (Lipoma, 2018. p.194). Tali specifici interventi sono volti a valorizzare in maniera globale la persona e la sua umanità cercando di favorire il ritorno graduale alla normalità, senza tralasciare l’ambiente in cui il soggetto ha vissuto prima dell’evento traumatico. Pianificare in contesti di vulnerabilità un intervento educativo di promozione del benessere attraverso le attività ludiche e sportive vuol dire anzitutto definire (Maulini, 2006):

l’evento traumatico;

i destinatari;

il contesto in cui si intende operare;

gli effettivi bisogni;

gli obiettivi generali;

la metodologia;

il ruolo dei promotori;

le modalità di attuazione ed attività;

gli strumenti;

la valutazione

Altro concetto fondamentale è l’autoefficacia derivante dalla teoria dell’apprendimento socio-cognitiva, in particolare di A. Bandura (1977) che elabora il funzionamento come il risultato di un intreccio tra influenze personali, cognizioni, affetti, eventi biologici, comportamentali, culturali ed infine ambientali. Il concetto di autoefficacia è inoltre associato ad espetti motivazionali come ad esempio il concetto di sé, l’ottimismo, l’achievement goal orientation, il supporto durante la performance, l’ansia, l’autostima, lo stress. Le credenze di autoefficacia e le performance dipendono dall’interscambio tra quatto processi (Benini, 2018, pp. 87-88):

I processi cognitivi: includono una valutazione delle proprie capacità, abilità e risorse, la scelta degli obiettivi, la immaginazione di scenari di successo e fallimento nel percorso verso l’obiettivo, produzione e scelte delle opzioni nel problem solving, il mantenere l’attenzione ed il funzionamento del compito.

I processi motivazionali: le credenze di autoefficacia influenzano l’auto-regolazione della motivazione attraverso tre motivatori cognitivi, l’attribuzione, il valore dei risultati attesi, la chiarezza ed il valore degli obiettivi.

I processi affettivi: percepire padronanza della situazione influenza l’attivazione emotiva e la tolleranza ad emozioni negative quali l’ansia o la depressione che porta allo scoraggiamento.

I processi di selezione: la scelta della residenza, di una carriera, del nucleo familiare come anche l’utilizzo del tempo possono influenzare in maniera diretta il funzionamento individuale. Le persone con alto senso di autoefficacia, per raggiungere i loro obiettivi sono chiaramente proattive nel costruire un ambiente fisico e sociale in accordo alle loro capacità.

Pertanto “gli studi sulla resilienza nello sport hanno conosciuto una significativa evoluzione e i ricercatori hanno affiancato a studi descrittivi sulla resilienza come tratto personale, quelli sulla resilienza come processo che spiega come gli atleti che fronteggiano avversità acquisiscono la capacità di agire in modo resiliente (resiliency). […] Come si è visto, il modello spiega come eventi avversi e stressor possono spingere gli atleti fuori dalla propria zona di omeostasi: meccanismi di rottura possono prendere piede se gli atleti non sono adeguatamente protetti dallo stress da fattori resilienti personali (autostima, autoefficacia, problem-solving) e situazionali (supporto sociale)” (Vitali e Bortoli, 2013, p. 43).

Articolo a cura del Dott. Jacopo Di Fabio

Laureato in Scienze delle Attività Motorie e Sportive

Laureato Magistrale in Scienze e Tecniche delle Attività Sportive

BIBLIOGRAFIA

Coco et al. Rewied of resilience and report in physical activities and sport” European Journal of Research on Education and Teaching, 2020

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Dott. Fabio Perna

Chinesiologia Clinica / Nutrizione Umana / Nutraceutica e Longevità / mail: dott.fabioperna@gmail.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *