L’Attività Fisica (AF) è una funzione primordiale nella specie umana e, fin dai primi passi, il movimento rappresenta il primo linguaggio con cui si entra in contatto con il mondo. Negli ultimi decenni, anche sotto l’impulso delle Associazioni di pazienti, la diabetologia italiana ha prestato particolare attenzione all’aspetto motorio della vita quotidiana tanto che, già dalla prima edizione, gli standard italiani di cura del Diabete Mellito hanno riservato un capitolo specifico ai principali dati sull’efficacia dell’AF e/o dell’Esercizio Fisico (EF) in termini di livelli di evidenza e forza delle raccomandazioni, tanto che l’abitudine a raccomandare – per lo più in forma generica – ai pazienti di praticare AF è ampiamente diffusa. Tuttavia gli effetti metabolici, la prestazione atletica e il rischio di complicanze acute nelle persone con DM sono condizionati da numerose variabili, fra le quali spiccano tipo, durata, intensità, e timing dell’EF, grado di allenamento ed entità di insulinizzazione o di utilizzo di farmaci insulino-secretori. Ciò rende difficile l’attuazione sicura ed efficace di un programma di EF, specie se intenso e prolungato, tanto che le stesse linee guida congiunte dell’American Diabetes Association (ADA) e dell’American College of Sports Medicine (ACSM) suggeriscono che ognuno, in piena consapevolezza, impari ad adattare le raccomandazioni alla propria condizione.
La complessità del processo può quindi disorientare sia il diabetologo nel suo programma di prescrizione/ educazione sia la persona con DM nello svolgimento del compito assegnato limitando di fatto l’adesione a medio-lungo termine ai programmi strutturati di EF. Proprio per tale motivo, in base alle nuove evidenze di fisiopatologia, all’evoluzione della tecnologia e all’esperienza accumulata in oltre due decenni di attività costante nel settore, gli autori si sono prefissi la finalità di tentare di colmare al meglio le lacune esistenti nel campo proponendo i seguenti percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) all’attività fisica per la persona con DM tipo 1 (DMT1) e tipo 2 (DMT2), come strumenti di applicazione pratica validi sia per il diabetologo nella fase prescrittiva, sia per la persona con DM nella fase attuativa.
ELEMENTI ESSENZIALI DEL PERCORSO DIAGNOSTICO TERAPEUTICO DELL’ESERCIZIO FISICO
Per stabilire un percorso valido, riteniamo utile prendere in considerazione i seguenti punti fondamentali, elencati non in ordine di importanza ma per utilità didattica.
– Screening delle complicanze (ECG, fundus, valutazione della neuropatia) (Tabella 1).
– Motivazione e promozione dell’esercizio fisico (da parte del team diabetologico).
– Percorso educazionale personalizzato finalizzato alla comprensione delle implicazioni dell’esercizio fisico in merito alle modifiche della terapia e al rischio ipoglicemico.
– Personalizzazione delle indicazioni terapeutiche.
– Pianificazione-strutturazione del programma motorio (frequenza tipologia, intensità e durata).
– Pratica e verifica.

Nelle persone con DMT2 il grado di sarcopenia correla negativamente con il livello di EF, con la qualità di vita e con il controllo glicemico, e si associa ad un peso corporeo elevato e ad un regime alimentare scorretto mentre significativa risulta la relazione tra capacità funzionale e qualità di vita correlata alla salute (HRQoL), valutata in termini di componenti fisiche e mentali. Di contro l’AF e la sua forma strutturata, l’EF, garantiscono benefici addizionali rispetto al solo regime alimentare o alla sola terapia farmacologica e, specie se continuativi e di intensità elevata, si associano a riduzione della mortalità cardiovascolare e per tutte le cause. Per tale motivo oltre che per contrastare l’epatosteatosi e l’osteoporosi e ottimizzare il rapporto costo/beneficio della terapia le linee guida congiunte ACSM/ADA consigliano almeno 150minuti/settimana di EF di intensità moderata/vigorosa (al 50-70% della frequenza cardiaca massimale o MHR) e/o almeno 90minuti/settimana di EF di intensità vigorosa (ad oltre il 70% della MHR sotto forma di interval training), con distribuzione dell’attività in almeno 3 giorni/settimana e periodi di inattività non superiori ai 2 giorni consecutivi. Nel DMT2 sono stati peraltro dimostrati metabolicamente efficaci sia l’EF supervisionato contro resistenza che coinvolga tutti i maggiori gruppi muscolari sia la combinazione di questo con quello di tipo aerobico. L’EF aerobico infatti inibisce le citochine infiammatorie, mentre quello contro-resistenza contrasta la sarcopenia potenziando la capacità ossidativa muscolare e, specie se di basso volume ma di intensità elevata (HIIT, High Intensity Interval Training), migliora la biogenesi e l’attività mitocondriale della cellula muscolare e al tempo stesso riduce il rischio di episodi ipoglicemici.
A tale proposito della persona con DMT2 è fondamentale realizzare un percorso educazionale personalizzato finalizzato alla comprensione delle implicazioni dell’esercizio in merito all’introito glicidico, al tempo intercorso fra questo e l’attività fisica prevista e al rischio ipoglicemico specifico del farmaco prescritto. Alcune persone con DMT2, infatti, sono tuttora trattate con farmaci diversi da insulino-sensibilizzanti, incretine o glifozine – che per il loro meccanismo d’azione tendono tutti a contenere entro limiti stretti la variabilità glicemica sia verso l’alto sia verso il basso – e basano il loro compenso metabolico sui secretagoghi, fra i quali soprattutto le sulfoniluree a lunga azione. Queste ultime, con tempi e intensità diverse in rapporto alla dose e al tipo di molecola, espongono al rischio di ipoglicemie di difficile gestione ed elevata durata, le cui possibili conseguenze – soprattutto di ordine cardiovascolare – richiedono particolare attenzione e competenza.
SELEZIONE DELLE PERSONE CON DMT2
Introdurre tutti in un PDTA all’EF, pur rappresentando la scelta ideale, richiede un impegno assistenziale oggettivamente impossibile e comporterebbe anche il rischio di scarsa compliance e aderenza a lungo termine). I criteri di selezione che abbiamo identificato rispondono quindi alla necessità di:
➣ Garantire la massima sicurezza possibile: una bassa età anagrafica comporta un’aspettativa più lunga e maggiori vantaggi nel tempo, ma anche un’età biologica inferiore a quella anagrafica, per condizioni clinico-fisiche e motivazioni favorevoli, consente di trarre beneficio dalla pratica regolare di “AFA” (attività fisica adattata alla patologia), quindi ci si riferisce al basso rischio di eventi cardiovascolari (ECV) fatali a 10anni secondo il “Progetto Cuore”(Rischio MCV I-II-III o <15%);
➣ Raggiungere migliori risultati metabolici anche in assenza di terapia farmacologica (neodiagnosticati: ≤24 mesi);
➣ Ritardare l’intensificazione della terapia in caso di scarso compenso glico-metabolico.
Valutazione dell’Attitudine al Cambiamento: con un semplice questionario standardizzato (fa riferimento all’attuale livello di EF e all’interesse a praticarlo) si individua la fase temporale e qualitativa del cambiamento (Tabella 2) e si modulano le strategie di intervento:
➣ 1 – modello (educazionale)“getting out of your chair” se non si è pronti al cambiamento (fase di pre-contemplazione): è opportuno fornire semplici raccomandazioni;
➣ 2-4 – modello (educazionale) “planning the first step” se si è pronti al cambiamento (fase di contemplazione): si può iniziare a pianificare l’AFA/EF;
➣ 5-8 – modello (educazionale) “keeping the pace” se si è attivi ma occorre mantenere gli obiettivi.
Si tratta di un protocollo operativo utile per il diabetologo (del quale facilita il compito senza entrare nella sfera psicologica del soggetto da esaminare) nell’ambito di un’AF strutturata al fine di progredire nell’adozione o nel mantenimento di uno stile di vita più attivo. Il colloquio motivazionale può essere utile se la persona si trova in uno stadio di disponibilità al cambiamento (dalla fase di contemplazione in poi) per effettuare counseling più strutturati e mirati tesi a incrementare i livelli di AFA/EF e raggiungere un obiettivo di salute condiviso.
Valutazione (fondamentale per strutturare un programma motorio personalizzato)
➣ Antropometrica a carico del team di cura;
➣ Clinico-metabolica a carico del diabetologo e degli specialisti satelliti;
➣ Della forma fisica a carico del laureato magistrale LM67.

PIANIFICAZIONE E STRUTTURAZIONE DI UN PROGRAMMA MOTORIO
Va elaborato in base a una corretta posologia (frequenza, tipologia, durata, intensità in METs, volume/settimana) ma soprattutto in funzione del basso rischio cardiovascolare globale (MCV I-III) con l’auspicabile stretta collaborazione del team di cura con il laureato magistrale LM-67 per l’adattamento alle caratteristiche bio-psico-sociali (fenotipizzazione) e alle indicazioni clinico-metaboliche. La realizzazione del programma, tiene conto di circonferenza vita, BMI, frequenza cardiaca a riposo, consumo massimo di ossigeno, HbA1c, variabilità glicemica, complicanze micro e macrovascolari e rischio cardiovascolare globale.
La verifica dei risultati, basata sulla valutazione del raggiungimento dei target antropometrici, clinico-metabolici e di forma fisica,va realizzata dopo almeno 12 settimane e deve mirare a un rafforzamento continuo della motivazione e all’elaborazione di un programma avanzato ed emotivamente coinvolgente.
IL PDTA PER CHI HA DMT1 O DMT2 IN TERAPIA INSULINICA INTENSIVA
Se facciamo riferimento alla popolazione pediatrica, che più spesso è normo- o sottopeso, sappiamo che l’entità della riduzione dell’HbA1c attesa con l’aderenza a un programma regolare di EF non è particolarmente elevata, attestandosi intorno allo 0.3% perché la dipendenza assoluta dall’insulina espone più facilmente a oscillazioni glicemiche più marcate. L’effetto positivo dell’EF resta comunque rilevante se consideriamo che negli adulti con DMT1 fisicamente attivi è nettamente minore la prevalenza di complicanze micro- e macroangiopatiche a fronte di un ridotto fabbisogno insulinico giornaliero totale e di un minor rischio sia di chetoacidosi sia di ipoglicemia grave.
Se poi l’esercizio anaerobico precede quello aerobico il rischio di ipoglicemia è pressoché annullato perché il progressivo regolare calo glicemico legato all’EF aerobico compensa spontaneamente l’iniziale incremento dei livelli di glucosio indotto dagli ormoni contro-insulari (in primis adrenalina, glucagone e cortisolo) in risposta allo stress fisico dell’allenamento di potenza. La persona con DMT1, quindi, anche se non può realizzare una regolazione insulinica spontanea, impara ad adattare carboidrati, farmaci e tempistica dell’EF riducendo e/o contrastando il rischio di ipoglicemia con risultati spesso brillanti.

In condizioni fisiologiche quando si inizia un esercizio o un’attività fisica i livelli circolanti di insulina si riducono e contemporaneamente aumentano i livelli di glucagone. Tali modifiche ormonali favoriscono la glicogenolisi a livello epatico e muscolare e l’aumento di disponibilità di acidi grassi circolanti. Contemporaneamente il muscolo diventa più sensibile all’insulina, ovvero al legame dell’insulina con il suo recettore ed i canali del glucosio favoriscono un maggior ingresso di molecole di glucosio rispetto a quanto avviene in condizioni di riposo. Questa modificazione favorisce l’utilizzo di substrati a livello muscolare in funzione dell’attività in corso. Nel DMT1, per l’assenza degli automatismi di regolazione dei livelli di insulina, si possono verificare due condizioni.
ECCESSO DI INSULINA
Tale condizione si verifica tipicamente nelle prime 2-3 ore dopo l’iniezione del bolo pre-prandiale ma, se l’esercizio non è lieve, un eccesso relativo di insulina può realizzarsi anche lontano dal pasto. Questo blocca sia la liberazione di glucosio dal glicogeno epatico e muscolare sia l’utilizzo dei grassi, provocando così un calo sostanzioso dei livelli di glucosio circolante.

DIFETTO DI INSULINA
Tale condizione si può verificare più facilmente oltre le 4 ore dal bolo preprandiale, quando ormai si è esaurita l’azione dell’insulina e nelle tarde ore serali quando il basale della sera precedente è nella fase di “coda” funzionalmente poco efficace. Ciò comporta sia la liberazione di glucosio in circolo dai depositi epatici e muscolari di glicogeno per opera del glucagone e degli ormoni contro-regolatori sia l’impossibilità dell’utilizzo muscolare di glucosio legata anche alla contemporanea competizione da parte degli acidi grassi.


Effetto deleterio della carenza di insulina nel DMT1 in corso di esercizio fisico.
TIPO DI ESERCIZIO FISICO ED EFFETTI SULLA GLICEMIA
EF aerobico, di lunga durata (anche oltre le 4 ore), in cui l’utilizzo completo dell’ossigeno comporta un prevedibile e graduale consumo di acidi grassi e del glucosio derivante sia dalla disponibilità diretta a livello tissutale e circolante sia dalle riserve di glicogeno muscolare ed epatico (camminata, jogging, corsa, pedalata, nuoto et similia). L’effetto metabolico più evidente è la riduzione progressiva della glicemia ed il dispendio energetico può essere molto elevato, pari cioè a migliaia di calorie.
EF anaerobico, di potenza o contro resistenza, che comporta l’utilizzo di substrati in assenza di ossigeno (potenziamento muscolare, scatti di breve durata e grande intensità).
L’esercizio fisico anaerobico si distingue a sua volta in:
• Anaerobico alattacido,caratterizzato da brevissima durata (10-20 secondi), come nel caso dei salti, dei lanci, del sollevamento pesi, della corsa dei100 m et similia, dal basso dispendio energetico e dall’utilizzo del “carburante” di deposito: ATP e fosfo-creatina. Comporta notevoli sollecitazioni al sistema cardio-vascolare ma un effetto neutro sulla glicemia anche se è possibile riscontrare picchi iperglicemici dovuti allo stress della gara o all’impegno fisico e mentale del singolo momento.
• Anaerobico lattacido, caratterizzato da una durata breve (1-5 minuti, come nel caso della corsa piana di 400-800 m, della corsa ad ostacoli o delle fasi anaerobiche degli sport di squadra) e dalla produzione di acido lattico dalla combustione incompleta del glucosio disponibile e di quello derivante dalla glicogenolisi. L’effetto metabolico tipico è l’iperglicemia da stress a fine sessione ma sono possibili anche ipoglicemie tardive post-esercizio legate al recupero spontaneo (non insulino-mediato) del glicogeno eventualmente consumato in misura massiva. Comporta discrete sollecitazioni cardio-vascolari.
Quanto appena esposto viene sintetizzato nella figura, ove l’andamento glicemico (glucose trends) viene rapportato all’intensità di lavoro (work rate). Saper distinguere il tipo di esercizio da compiere e i possibili effetti glicemici è fondamentale per decidere cosa fare per mantenersi in un ambito di piena sicurezza.

Ecco le differenze nell’andamento glicemico (glucose trends) in rapporto all’intensità di lavoro (work rate) in tre tipi fondamentali di esercizio fisico: aerobico o di resistenza (Aerobic), misto (Mixed) e anaerobico o di potenza (Anaerobic).
INTENSITA’ DELL’ESERCIZIO FISICO E CONSUMO DI GLUCOSIO
Conoscere l’intensità dell’esercizio che si sta per affrontare è fondamentale perché questa influenza il tipo e la quantità dei substrati metabolici utilizzati. Ad intensità basse di esercizio, tipiche di una blanda passeggiata, infatti, vengono utilizzati prevalentemente i grassi e quindi il rischio di ipoglicemia è molto basso, mentre l’utilizzo di glucosio aumenta a mano a mano che lo sforzo si intensifica. Chi svolge EF regolarmente, però, ha bisogno di stabilire sin dall’inizio il consumo atteso di CHO per prevedere con sufficiente approssimazione sia l’entità del calo glicemico atteso in corso di esercizio sia la quantità di glucosio necessaria ad evitare l’ipoglicemia tardiva legata al reintegro spontaneo del glicogeno consumato. Già dagli anni ’80 è noto il rapporto fra intensità dell’EF e percentuale relativa di consumo dei vari substrati energetici e calcoli sofisticati consentono di stabilire con precisione quanti CHO vengono utilizzati ad una certa percentuale di consumo di ossigeno misurata con apposita strumentazione.

In base al solo rilievo della frequenza cardiaca (FC), però, si può stimare con sufficiente approssimazione l’intensità dell’EF utilizzando la formula di Karvonen (non applicabile in caso di uso di b-bloccanti), relativa alla FC di riserva o massimale (MHR), pari a 220 – età – FC a riposo): FC calcolata in base alla formula di Karvonen = % MHR + FC a riposo.
Ad esempio, per una persona di 50 anni con FC a riposo 60 b/min, la formula di Karvonen genererà un valore di FC di riserva pari a 220 – 50 – 60 = 110 b/ min. Per rimanere entro una percentuale del 70% in base alla formula di Karvonen, si calcola il 70% di 110, ossia 77. Aggiungendo a 77 la frequenza basale, ossia 60, si ottiene 137. Lavorando a 137 b/min quella persona sa di mantenersi al 70% della propria frequenza massimale teorica.
Per chi ha il diabete è molto importante conoscere la percentuale del consumo energetico di un certo esercizio fornita dai CHO a una certa intensità. Lo schema in testa alla pagina quantifica il dato.
DURATA DELL’ESERCIZIO FISICO
Durante esercizio fisico protratto l’utilizzo di glucosio si riduce nel tempo: in particolare, intorno alla seconda ora aumenta l’utilizzo di grassi rispetto a quello del glucosio.
Per adattare al meglio l’assunzione di carboidrati occorre:
• Ricordare che in corso di EF di lunga durata l’utilizzo dei CHO si riduce ed aumenta quello dei grassi
• Realizzare un attento automonitoraggio glicemico con particolare attenzione ai valori ottenuti:
– mezz’ora/un’ora prima dell’esercizio,
– all’inizio dell’esercizio,
– mezz’ora dopo l’inizio dell’esercizio,
– ogni ora dopo l’inizio dell’esercizio in caso di sessioni protratte.

GRADO DI ALLENAMENTO
L’allenamento permette di favorire l’utilizzo dei grassi durante l’esercizio, riducendo così il rischio di ipoglicemia: i soggetti allenati sono quindi più protetti nei confronti dell’ipoglicemia durante EF. Studi eseguiti negli anni ’90 hanno mostrato come già dopo 10 settimane di allenamento si riduca l’utilizzo di glucosio. Al fine di favorire un’adeguata funzionalità muscolare è necessario iniziare la sessione di esercizio aerobico con una glicemia lievemente superiore alla norma (120-180 mg/dL) per evitare il rischio di ipoglicemia (Tabella 3), mentre, nel caso di un esercizio anaerobico, che provoca più spesso un incremento che non una diminuzione dei livelli circolanti di glucosio, in genere è preferibile iniziare la sessione ad una glicemia ottimale (90-120 mgdL). La glicemia capillare va verificata subito prima e mezz’ora/un’ora prima dell’inizio dell’esercizio per individuare l’andamento glicemico che precede l’esercizio (stabile, in salita o in rialzo). In merito alla figura 9, relativa al PDTA per il DMT1 e il DMT2 insulinotrattato, si rendono opportune alcune esplicazioni. La maggior parte delle scelte riportate nello schema del PDTA delDMT1 sono sovrapponibili a quanto già discusso in rapporto al DMT2. Nel DMT1, però, la mancanza di un meccanismo autonomo di adattamento della secrezione insulinica alle esigenze del momento impone al diabetologo e, soprattutto, al paziente da questi opportunamente educato, la conoscenza dei principi fondamentali alla base delle modifiche da attuare sia alla terapia farmacologica sia all’apporto di carboidrati.


SELEZIONE DELLE PERSONE CON DMT1
Introdurre le persone con DMT1 in un PDTA all’EF è più agevole per la naturale propensione al movimento dimostrata dai giovani, che rappresentano la gran parte della classe esaminata. Sin dal 1988 emerge chiara anche per il DMT1 l’opportunità di una valutazione del RCV in presenza di complicanze croniche micro-angiopatiche rilevanti (retinopatia proliferante, nefropatia, neuropatia periferica o, peggio, autonomica) e/o di Sindrome Metabolica (SM).Le prime, infatti, presentano una forte associazione a fenomeni macro-angiopatici, mentre la seconda è un marker riconosciuto di RCV. La prevalenza della SM è fortemente aumentata anche nella popolazione giovanile ponendo spesso nel medico di famiglia iniziali dubbi sulla diagnosi di DMT1 per l’abitudine acquisita da anni di associare il concetto di DMT1 alla magrezza. In assenza di indicazioni precise in merito, per garantire maggiore sicurezza ai soggetti con DMT1, nella valutazione del rischio cardiovascolare suggeriamo di prendere in esame anamnesi e fenotipo.
In quest’ottica un soggetto di età inferiore ai 30 anni, in trattamento intensivo e con durata di malattia inferiore ai 10 anni – di per sé associati a bassa incidenza di complicanze croniche – ed esente sia da sintomi e segni di cardio-vasculopatia sia da complicanze micro-angiopatiche dovrebbe continuare ad essere coinvolto o essere inserito ex novo in un’attività sportiva. Quest’ultima, infatti, rappresenta di per sé un fattore motivazionale determinante per un autocontrollo glicemico valido e responsabile e garantisce un’aderenza duratura agli schemi di adeguamento di alimentazione e insulina faticosamente acquisiti in collaborazione con il team diabetologico.
REGOLE DI BASE NELLA GESTIONE DELLA TERAPIA E DELL’INGESTIONE DI CHO DURANTE L’ESERCIZIO NEL DMT1
Modifiche della terapia
Le strategie atte a ridurre l’ipoglicemia indotta dall’esercizio nel DMT1 sono fondamentalmente due:
– Riduzione del grado d’insulinizzazione con un intervento sui boli, sul basale o su entrambi i fattori;
– Apporto di carboidrati.
Si tenga presente soprattutto che nei primi 30 minuti di EF la fonte principale di carboidrati (4/5 del fabbisogno) è rappresentata dal glicogeno muscolare, successivamente dal glucosio circolante.
I principali fattori utili alle scelte decisionali sono i seguenti:
– Il livello di insulinizzazione in atto
– L’intensità dell’esercizio previsto.
Livello di insulinizzazione
In caso di esercizio fisico iniziato poco dopo la somministrazione di un bolo, dati gli elevati livelli di insulinemia con inibizione della glicogenolisi, per evitare l’ipoglicemia occorre assumere CHO a rapido assorbimento in misura proporzionale alla dose insulinica somministrata secondo le raccomandazioni riportate nella tabella 4, alle quali va aggiunta l’eventuale riduzione della dose al pasto successivo.
Lo svantaggio di tale metodo è rappresentato dall’inevitabile innalzamento dei livelli glicemici iniziali legati alla riduzione della quota insulinica erogata. Per garantire invece un livello glicemico accettabile e al tempo stesso evitare il rischio di ipoglicemia, è stato elaborato e pubblicato l’ECRES,un sistema tuttora in corso di ulteriore validazione che si prefigge di prevedere con precisione la quota di CHO da assumere per prevenire l’ipoglicemia ad un’intensità di EF e con un livello di insulinizzazione specifici di un particolare soggetto.
Una semplificazione del metodo prevede l’avvio dell’esercizio 2h dopo aver consumato un pasto contenente la metà dei CHO abituali con un bolo di insulina anch’esso dimezzato e assumendo al momento la restante metà dei CHO senza ulteriore bolo insulinico per approfittare dell’aumentata sensibilità insulinica indotta dall’EF.

Modifiche della dose dell’insulina basale
Se l’esercizio fisico inizia lontano dai pasti e l’intensità e la durata dell’esercizio sono bassi la quota di CHO da assumere sarà minima o nulla. Qualora si utilizzi il microinfusore è possibile mimare quanto accade nel soggetto sano riducendo la velocità di erogazione secondo raccomandazioni basate sull’esperienza di molti ma su pochi dati di letteratura per cui, in relazione all’intensità dell’esercizio, 45-60 min prima dell’inizio attività occorre ridurre la velocità di infusione delle seguenti percentuali:
• 25 % per un’intensità leggera,
• 50 % per un’intensità moderata,
• 75 % per un’intensità elevata.
Occorre comunque tenere presente che è sempre utile un’integrazione iniziale di CHO perché nella prima mezz’ora di un esercizio di intensità medio-elevata il rischio ipoglicemico resta elevato per l’inibizione della glicogenolisi muscolare da parte di un temporaneo aumento dei livelli circolanti di insulina di per sé in grado ridurre la glicemia di circa 70 mg/dL.
Se non è possibile ridurre la quota basale e si deve affrontare una sessione protratta di EF, la raccomandazione più accreditata – e supportata anche dall’ADA – è di assumere 15-30 g di CHO per ogni 30 minuti di EF con intervalli non superiori all’ora. Se invece l’insulina basale è stata ridotta adeguatamente, la quota di CHO da assumere può essere davvero minima.


RISCHIO DI IPOGLICEMIA NOTTURNA
Nelle ore successive all’esercizio la sensibilità insulinica è aumentata e inoltre, in modo spontaneo e in misura insulino-indipendente, il muscolo ripristina le scorte di glicogeno esaurite ricorrendo al glucosio esogeno. Sono disponibili tabelle o formule (a cui ricorrono alcune applicazioni per il cellulare) che consentono di stimare il consumo calorico dell’attività svolta e di calcolare la quota energetica di esso proveniente dai CHO in base all’intensità di lavoro. Poiché 1 g di CHO fornisce 4 Kcal, dividendo per 4 il contributo in CHO alla spesa calorica, è possibile calcolare i grammi di CHO consumati e quindi da reintegrare nel corso dei 2-3 pasti successivi dopo aver sottratto la quantità eventualmente assunta nella fase di attività. In virtù dell’aumentata sensibilità insulinica e alla deplezione di scorte può essere inoltre necessario ridurre l’insulina del pasto successivo e/o anche della quota basale notturna del 20-50%. La tabella 5 riporta uno schema che aiuta un paziente poco esperto ad adattare facilmente – anche se in modo approssimativo – i boli pre-prandiali; saranno probabilmente necessarie successive modifiche utili a perfezionare la metodica di approccio al compenso metabolico in rapporto alle condizioni individuali.

PRATICA E VERIFICA
La verifica dei risultati è parte integrante sia di questo, come di qualsiasi PDTA e al tempo stesso aiuta a prevenire i casi di drop-out. In generale, comunque, la letteratura è molto promettente sul ruolo dell’educazione terapeutica in ambito di stile di vita e noi stessi, nei molti campi scuola dedicati sia a giovani che ad adulti con DM, constatiamo che la stessa pratica di gruppo dell’EF è un fattore di motivazione e di verifica sul campo dei progressi raggiunti. Il nodo centrale della verifica non può prescindere da un’attenta programmazione, che ovviamente spetta al team diabetologico integrato dalla figura LM-67, ma, perché sia realmente efficace e garantisca risultati duraturi nel tempo, si basa soprattutto su una costante valutazione dei progressi funzionali operata non solo dall’esterno ma soprattutto da parte della stessa persona con DM secondo lo schema riportato.

In corso di esercizio fisico si assiste fisiologicamente a una sensibilizzazione dei muscoli all’azione dell’insulina con conseguente miglior utilizzazione di glucosio e riduzione compensatoria dei livelli di insulina circolanti. Qualora infine si disponga di sistemi di monitoraggio continuo della glicemia esistono algoritmi che suggeriscono la quota di CHO da assumere in base al valore glicemico e alle frecce di tendenza. La possibilità di usufruire oggi di sistemi di monitoraggio continuo della glicemia rende infatti più sicura e pratica la gestione dell’esercizio fisico nel DMT1. In studi recenti, quelli disponibili hanno dimostrato una buona affidabilità anche durante l’attività aerobica ed anaerobica mentre un’applicazione per smartphone della metodica di calcolo basata su ECRES promette di offrire ulteriori spunti utili all’ottimizzazione e semplificazione degli adattamenti necessari in ordine ad alimentazione ed apporto insulinico. Recentemente, in base a uno studio condotto utilizzando un sistema integrato di gestione sensore sottocutaneo-microinfusore in grado di prevedere le crisi ipoglicemiche, è stato proposto un algoritmo che qui riportiamo, come indicazione di massima sulla quantità di CHO semplici da assumere in base alle frecce di tendenza del sensore.

BIBLIOGRAFIA
G. Corigliano, F. Strollo, R. Assaloni, C. De Fazio “Diagnostic and therapeutic work-up as part and parcel of exercise related personalized care in people with diabetes” JAMD Vol. 21-3 , 2018.
