La ricerca della letteratura ha prodotto pochi studi che analizzano l’efficacia dell’esercizio fisico nel migliorare le attività della vita quotidiana. E’ stato osservato che i pazienti malati di Parkinson che fanno esercizio per 150 minuti alla settimana hanno un declino più lento in termini di mobilità e qualità di vita, nell’arco di due anni, rispetto a chi fa meno esercizio o non lo fa. Con mezz’ora di attività in più, i benefici possono addizionarsi. È importante sapere che:
•La malattia di Parkinson progredisce sempre con il tempo.
•I sintomi motori, se non trattati, progrediscono in modo aggressivo nelle fasi iniziali della malattia e più lentamente in seguito.
•Se non trattati, si può prevedere che i pazienti vadano incontro ad una perdita della deambulazione indipendente in media dopo otto anni e siano costretti a letto dopo dieci anni.
• I farmaci hanno migliorato la prognosi dei sintomi motori, mentre allo stesso tempo , vi è una nuova fonte di disabilità a causa degli effetti indesiderati della terapia farmacologica (assunzione Levodopa) che si verificano dopo anni di utilizzo.
•L’età è il miglior predittivo della progressione della malattia. Il deficit cognitivo è più frequente in coloro che hanno più di 70 anni di età ,all’insorgenza dei sintomi.
LINEE GUIDA 2013
Non esistono allo stato attuale terapie in grado di rallentare o interferire con il decorso della malattia. La terapia farmacologica dopaminergica appare efficace nel migliorare solo alcuni dei sintomi di malattia, peraltro diminuendo in efficacia, nell’avanzare della condizione, e mostrandosi scarsamente utile nel modificare i sintomi rappresentati da disturbo del linguaggio, alterazione della postura, del cammino e della stabilita posturale.
Appare evidente che l’approccio alla evoluzione del malato Parkinsoniano, necessita di un progetto terapeutico multidisciplinare, in cui la riabilitazione assume un ruolo fondamentale.
In riferimento alla Scala di Hoehn e Yahr l’intervento chinesiologico sarebbe importante fino al valore 3 della scala. Successivamente subentrano: severa disabilità e mancanza di autonomia nello svolgere l’attività fisica.

ATTVITA’ FISICA E PARKINSON: OBIETTIVI
-
Rieducare i soggetti alla corretta deambulazione tramite una rielaborazione sistematica degli schemi motori di base;
-
Correggere la camminata ponendo l’accento sul corretto appoggio del piede e sul movimento oscillatorio del braccio opposto alla gamba, ma anche allenare i soggetti a compiere diverse andature e cambi di direzione;
-
Aumentare la forza, la resistenza e la coordinazione tramite esercizi a corpo libero;
-
Lavorare sull’ equilibrio statico e dinamico, l’organizzazione spazio-temporale e la ritmizzazione dei movimenti;
-
Combattere le rigidità dei muscoli flessori e delle articolazioni coinvolte, con esercizi di stretching e di mobilizzazione attiva e passiva
Diversi tipi di esercizi sono state proposti da studi controllati randomizzati per minimizzare gli effetti negativi del PD sul motorio . Questi studi si sono concentrati su diversi approcci di terapia fisica, come ad esempio esercizi specifici per migliorare la mobilità (Schenkman et al. 1998), la forza muscolare (Dibble et al., 2006, Dibble et al. 2009), l’equilibrio (Hirsch et al. 2003), condizionamento aerobico (Herman et al. 2007) e l’andatura (Nieuwboer et al., 2007). I risultati di questi studi hanno aperto una strada per lo sviluppo di una pratica basata sulle evidenze nel trattamento della malattia di Parkinson.
Gli esercizi respiratori sono di fondamentale importanza A tal proposito, è importante sottolineare che le persone affette dal morbo di Parkinson possono presentare una mimica facciale scarsa e un’espressione del volto costantemente triste o accigliata, ma ciò non significa che non stiano gradendo l’attività svolta o che siano contrariate.
Da un punto di vista psicologico, i soggetti traggono giovamento nel riunirsi a persone che hanno le loro stesse problematiche perché si sentono compresi, accettati e meno soli nell’affrontare la malattia e i problemi quotidiani.
Da un punto di vista di performance, sono stati ottenuti risultati migliori in sedute di attività fisica individuali.
Negli ultimi anni, si è evidenziato che programmi di allenamento / forza sono efficaci (Scandalis et al., 2003, Hass et al. 2007). Clinicamente si riscontra l’incapacità dei muscoli di generare potenza adeguata, in particolare gli estensori del tronco e dell’anca. Questi programmi si sono svolti in un periodo relativamente breve di tempo, con una frequenza di allenamento di 2-3 volte a settimana, una serie di esercizi per ogni gruppo muscolare con solo contrazione concentrica. Studi più recenti hanno suggerito che guadagni funzionali maggiori ,si hanno quando i protocolli ad alta intensità sono utilizzati ,coinvolgendo principalmente la contrazione eccentrica (Dibble et al., 2006, Dibble et al. 2009), in particolare esercizi di allungamento muscolare: minimo consumo di ossigeno in relazione alla quantità di lavoro prodotto (Lastayo et al. 1999). Inoltre l’alta intensità, può ridurre al minimo la perdita di integrità ossea, preservare la forza muscolare eccentrica e promuovere la capacità metabolica e la plasticità strutturale ,del sistema muscolo-scheletrico (Pang & Mak 2009 Falvo et al. 2007).
Recentemente, Muhlack et al. hanno suggerito che l’esercizio aerobico, può migliorare l’efficacia della levodopa e quindi la risposta motoria.
