L’eritritolo è un tipo di zucchero-alcol, tecnicamente un “poliolo”, presente in piccole quantità in frutta come uva, meloni, pere, e in alimenti fermentati come salsa di soia, vino o birra. Tuttavia, le quantità naturali sono infinitesimali rispetto a quelle utilizzate nei prodotti industriali, dove l’eritritolo è aggiunto in dosi molto superiori – anche 1000 volte più elevate – per conferire dolcezza senza calorie. Dal punto di vista industriale, l’eritritolo viene ottenuto tramite un processo di fermentazione microbiologica, solitamente a partire dal glucosio, grazie all’azione di lieviti selezionati. Questo metodo lo rende un ingrediente “naturale” secondo molte definizioni legali, ma è bene chiarire che si tratta pur sempre di un ingrediente altamente raffinato. Una volta ingerito, l’eritritolo viene assorbito rapidamente nell’intestino tenue, ma non viene metabolizzato dal nostro organismo. Circola nel sangue e viene eliminato quasi interamente dai reni attraverso le urine. Proprio per questa caratteristica, è considerato “a zero calorie”. L’eritritolo ha numerose qualità che lo rendono attraente sia per i produttori che per i consumatori:
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Ha un potere dolcificante del 60-80% rispetto al saccarosio.
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Non altera i livelli di glucosio o insulina nel sangue, rendendolo sicuro per i diabetici.
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Non provoca carie e non fermenta nel colon, riducendo i rischi di disturbi intestinali rispetto ad altri polioli come il sorbitolo.
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Ha un gusto pulito, senza retrogusto amaro, soprattutto se combinato con stevia o altri edulcoranti.
Per tutte queste ragioni, l’eritritolo è diventato un ingrediente chiave in bevande dietetiche, dolci a basso indice glicemico, barrette proteiche, chewing gum, prodotti da forno e persino cosmetici e integratori alimentari. La sua diffusione è tale che oggi è possibile ingerirlo più volte al giorno senza rendersene conto, soprattutto se si segue un regime “senza zuccheri aggiunti”. L’eritritolo è stato approvato nel 2001 dalla FDA e successivamente dall’EFSA in Europa. Ad oggi, è inserito nella lista degli ingredienti “GRAS” – Generally Recognized As Safe. Non esiste un limite massimo di assunzione giornaliera stabilito, proprio per la sua apparente innocuità. Anche l’OMS non ha definito una dose tollerabile. Per anni, alcuni studi ne hanno persino evidenziato potenziali effetti benefici, come proprietà antiossidanti o miglioramento della funzione endoteliale in pazienti diabetici. Ma come spesso accade nel campo della nutrizione, la verità è più sfumata di quanto le etichette o la pubblicità lascino intendere. Due studi pubblicati tra il 2023 e il 2025 hanno sollevato questo dubbio in modo serio e documentato. Ed è proprio da lì che comincia il cambio di prospettiva scientifica sull’eritritolo. Per molti anni, l’eritritolo ha goduto di una reputazione invidiabile nel panorama dei dolcificanti: privo di calorie, ben tollerato dall’apparato digerente, sicuro per i diabetici e persino, in alcune circostanze, dotato di potenziali effetti protettivi contro lo stress ossidativo. Nessuno, né i consumatori né la maggior parte della comunità scientifica, aveva sollevato seri interrogativi sui suoi possibili effetti a lungo termine.
Con l’esplosione delle diete “low-carb”, “sugar-free” e “keto”, l’eritritolo è entrato con forza nel mercato globale degli alimenti trasformati. Secondo le stime dell’EFSA e della FDA, alcuni individui possono arrivare a consumarne fino a 30 grammi al giorno, spesso inconsapevolmente. Un valore che può essere raggiunto facilmente con una sola lattina di bevanda “zero zucchero” e qualche snack confezionato. La questione chiave che ha cominciato a preoccupare alcuni ricercatori non è tanto l’assunzione occasionale, ma l’esposizione frequente e cumulativa a questo composto, che in alte dosi finisce nel sangue e può restarci per diverse ore. È proprio questa persistenza plasmatica a sollevare nuovi interrogativi sul suo impatto sul sistema cardiovascolare. L’attenzione della comunità scientifica si è intensificata a partire dal 2022, quando alcuni studi di metabolomica, hanno rilevato una associazione sorprendente: livelli elevati di eritritolo nel plasma erano frequentemente riscontrati in soggetti che, nel corso del tempo, andavano incontro a eventi cardiovascolari gravi, come infarti o ictus. Nel marzo 2023, uno studio pubblicato su Nature Medicine, il gruppo di ricerca guidato da Marco Witkowski e Stanley Hazen ha affrontato questa tematica.
Il primo passo dello studio è stato l’analisi di una coorte di oltre 4.000 soggetti reclutati in centri cardiologici di alto livello tra Stati Uniti e Europa. I partecipanti erano stati sottoposti a valutazione del rischio cardiovascolare e seguiti per un periodo di tre anni, durante i quali si è osservata l’insorgenza di eventi cardiovascolari maggiori (MACE): infarto, ictus o morte cardiovascolare. Utilizzando tecniche avanzate di metabolomica mirata, i ricercatori hanno misurato con precisione i livelli plasmatici di eritritolo, distinguendolo anche da isomeri strutturali simili come il threitol. I soggetti sono stati suddivisi in quartili in base alla concentrazione di eritritolo nel sangue, e i dati sono stati sottoposti ad analisi statistica con modelli di regressione multivariata per correggere i principali fattori confondenti.
I risultati sono stati inequivocabili: i soggetti appartenenti al quartile più alto di concentrazione plasmatica di eritritolo avevano un rischio di eventi cardiovascolari 2-4 volte superiore rispetto a quelli del quartile più basso, indipendentemente da età, sesso, diabete, obesità, ipertensione o livelli di colesterolo. Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti funzionali. In vitro, hanno incubato plasma piastrinico umano con concentrazioni fisiologiche di eritritolo (pari a quelle rilevate nei pazienti a rischio) e hanno osservato una maggiore reattività piastrinica, ossia una più facile aggregazione in risposta a stimoli deboli come l’ADP e il TRAP6. Questo suggerisce un aumento della tendenza alla coagulazione. Utilizzando modelli animali, hanno dimostrato che l’eritritolo, accelera la formazione di trombi arteriosi dopo una lesione, anticipando il tempo di occlusione del vaso. È come se, in presenza di eritritolo, le condizioni per la formazione di un coagulo diventassero più favorevoli.
LO STUDIO PILOTA SULL’UOMO: ERITRITOLO NEL SANGUE ANCHE DOPO DUE GIORNI
Infine, il team ha condotto un piccolo studio su otto volontari sani, ai quali è stato somministrato un drink contenente 30 g di eritritolo, quantità presente in una normale bibita “zero zuccheri”. I risultati hanno mostrato che i livelli plasmatici di eritritolo aumentano di oltre 1000 volte entro 30 minuti e restano elevati per oltre 48 ore, superando le soglie considerate a rischio per l’attivazione piastrinica. Questa persistenza ematica, nonostante la rapida eliminazione renale, suggerisce che l’eritritolo si accumula in modo potenzialmente dannoso se consumato ripetutamente nel corso della giornata, una condizione comune per chi segue regimi alimentari ricchi di prodotti industriali dolcificati. Lo studio di Witkowski et al. fornisce un segnale d’allarme che ha spinto altri ricercatori ad approfondire la questione, cercando di capire come l’eritritolo interagisca con le cellule vascolari, e se vi siano altri effetti collaterali finora ignorati.
Un gruppo di ricercatori dell’Università del Colorado, guidato da Christopher DeSouza, ha deciso di osservare direttamente l’effetto dell’eritritolo su un tipo di cellule particolarmente sensibili: le cellule endoteliali del microcircolo cerebrale umano. Si tratta di cellule che rivestono i vasi sanguigni del cervello, responsabili del mantenimento della barriera emato-encefalica e della regolazione del flusso sanguigno cerebrale. La loro corretta funzionalità è essenziale per prevenire danni ischemici e mantenere l’equilibrio neuro-vascolare. Nel loro studio, pubblicato nel 2025 sul Journal of Applied Physiology, i ricercatori hanno coltivato cellule endoteliali cerebrali umane (hCMECs) in laboratorio e le hanno esposte per 24 ore a una concentrazione di eritritolo pari a quella che si raggiunge nel sangue dopo aver bevuto una bibita dolcificata da 30 g. Ciò che hanno osservato è stato sorprendente e, in parte, inquietante: l’eritritolo ha alterato in modo significativo il funzionamento di queste cellule, generando una serie di effetti che, nel loro insieme, possono compromettere la salute del sistema cerebrovascolare.
AUMENTO DELLO STRESS OSSIDATIVO
In primo luogo, le cellule trattate con eritritolo hanno mostrato una marcata produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), molecole instabili che danneggiano il DNA, le proteine e le membrane cellulari. Lo stress ossidativo è un fenomeno noto per favorire processi infiammatori, invecchiamento precoce e disfunzione endoteliale. Il fatto che le cellule abbiano risposto aumentando la produzione di enzimi antiossidanti come la catalasi e la superossido dismutasi (SOD-1) conferma che si sono trovate sotto attacco.
COMPROMISSIONE DELLA SINTESI DI OSSIDO NITRICO (NO)
Un altro risultato rilevante riguarda la sintesi di ossido nitrico (NO), una molecola vasodilatatrice essenziale per il corretto flusso sanguigno cerebrale. L’attivazione dell’enzima eNOS, responsabile della produzione di NO, è risultata significativamente inibita dall’eritritolo. In particolare, è stato osservato:
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un calo della forma attivata dell’enzima (p-eNOS Ser1177),
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un aumento della forma inattiva (p-eNOS Thr495),
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una conseguente riduzione della quantità di NO prodotto.
Tutto ciò implica che i vasi cerebrali trattati con eritritolo diventano più rigidi, meno reattivi, più propensi alla vasocostrizione e meno capaci di autoregolarsi.
SOVRAPPRODUZIONE DI ENDOTELINA-1 (ET-1)
Parallelamente, le cellule trattate hanno aumentato la produzione di endotelina-1, il più potente vasocostrittore naturale conosciuto. L’equilibrio tra NO e ET-1 è fondamentale per la salute vascolare: il primo rilassa i vasi, il secondo li restringe. Un eccesso di ET-1 e una carenza di NO spostano l’equilibrio verso la vasocostrizione cronica, aumentando il rischio di ischemia cerebrale.
BLOCCO DEL SISTEMA FIBRINOLITICO: IL T-PA
Infine, l’eritritolo ha inibito il rilascio dell’attivatore tissutale del plasminogeno (t-PA), una proteina fondamentale per sciogliere i coaguli e mantenere i vasi liberi. Normalmente, il t-PA viene rilasciato in risposta a stimoli come la trombina, per attivare il sistema fibrinolitico. In presenza di eritritolo, questa risposta è stata bloccata: il t-PA non veniva rilasciato, lasciando potenzialmente i vasi più vulnerabili alla formazione di trombi.
UN QUADRO DI DISFUNZIONE ENDOTELIALE CEREBRALE
Presi singolarmente, ciascuno di questi effetti è motivo di attenzione. Ma ciò che rende il risultato scientificamente rilevante è il fatto che tutti questi fattori si verificano contemporaneamente: aumento dello stress ossidativo, riduzione del NO, sovrapproduzione di ET-1, inibizione del t-PA. Questo rappresenta un quadro completo e coerente di disfunzione endoteliale cerebrale, una condizione che precede e favorisce lo sviluppo di patologie neurovascolari come l’ictus ischemico. Va inoltre ricordato che le cellule cerebrali endoteliali sono particolarmente sensibili agli insulti chimici, proprio perché operano in un ambiente delicato e altamente specializzato. Alterarne il funzionamento, anche temporaneamente, potrebbe avere effetti negativi sulla barriera emato-encefalica, sulla perfusione neuronale e sull’integrità dei tessuti cerebrali.
UN PROFILO DI RISCHIO CHE SI COSTRUISCE NEL TEMPO
L’aspetto forse più rilevante emerso da entrambi gli studi è che l’eritritolo, pur non essendo tossico nel senso classico del termine, interagisce con i meccanismi di regolazione dell’equilibrio vascolare. Lo fa in modo sottile ma persistente, interferendo con:
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la fluidità del sangue (attraverso l’attivazione piastrinica),
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la capacità dei vasi di dilatarsi (tramite la soppressione dell’ossido nitrico),
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e la dissoluzione dei coaguli (con l’inibizione del t-PA).
Questi effetti non provocano sintomi immediati, e non è detto che si manifestino in ogni individuo. Tuttavia, in soggetti predisposti, potrebbero accentuare uno stato già pro-infiammatorio e pro-trombotico, facendo da “goccia che fa traboccare il vaso”. È qui che entra in gioco il concetto di rischio cumulativo: l’idea che non sia un singolo alimento o un singolo comportamento a determinare la salute, ma l’interazione di molteplici fattori nel tempo. In questo senso, l’eritritolo potrebbe non essere di per sé “pericoloso”, ma diventare problematico se inserito in un contesto metabolico alterato, soprattutto se consumato in grandi quantità e in modo continuativo.
IMPARA A LEGGERE LE ETICHETTE
Potrà sembrare banale, ma il primo passo è saper riconoscere l’eritritolo quando è presente nei prodotti che consumiamo. Spesso è indicato chiaramente tra gli ingredienti, ma talvolta compare sotto nomi meno espliciti, come:
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“edulcorante: eritritolo”,
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“polioli (eritritolo)”,
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“miscela di dolcificanti naturali”,
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oppure combinato con stevia o xilitolo.
Verifica sempre la posizione dell’eritritolo nella lista degli ingredienti: se è tra i primi tre, significa che è presente in quantità significativa. In molti snack dietetici o barrette proteiche, può arrivare anche a 15–20 grammi per porzione.
EVITA LA QUOTIDIANITÀ INCONSAPEVOLE
Il vero problema, come emerso dagli studi, non è tanto l’assunzione occasionale di una bibita “zero zucchero” o di un dessert light, quanto l’accumulo sistematico e ripetuto. Se l’eritritolo entra ogni giorno nella tua alimentazione, in più di un pasto o spuntino, il rischio di esposizione cronica aumenta – ed è proprio questo che potrebbe favorire la disfunzione vascolare. Un buon consiglio è quello di limitare l’assunzione a episodi saltuari, cercando di non superare i 15–20 grammi giornalieri (equivalenti a circa una lattina o due snack dolcificati), e facendo in modo che non diventi un ingrediente abituale e “invisibile”.
CHI DOVREBBE PRESTARE PARTICOLARE ATTENZIONE?
Pur non esistendo, al momento, un divieto o una soglia ufficiale di rischio, ci sono alcune categorie di persone per cui è particolarmente prudente ridurre il consumo regolare di eritritolo:
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chi soffre di diabete di tipo 2,
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persone con ipertensione o colesterolo alto,
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chi ha avuto episodi di ictus o infarto,
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soggetti con familiarità per patologie cardiovascolari,
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individui che seguono diete “keto” o low-carb molto ricche di prodotti dolcificati.
Per questi soggetti, la presenza di eritritolo può rappresentare un’aggravante in un contesto già a rischio, e quindi è sensato adottare un atteggiamento più cauto.
BIBLIOGRAFIA
Auburn R. Berry et al. “The non-nutritive sweetener erythritol adversely affects brain microvascular endothelial cell function” J Appl Physiol 138: 1571–1577, 2025.
Marco Witkowski et al. “The artificial sweetener erythritol and cardiovascular event risk” Nature Medicine | Volume 29 | March 2023 | 710–718.
