Per anni ci è stato detto che scegliere una bibita “senza zucchero” o uno yogurt “light” dolcificato artificialmente fosse la scelta più saggia per mantenere la linea e ridurre il rischio di diabete. Ma un ampio studio condotto negli Stati Uniti, durato ben 25 anni, mette in discussione questa convinzione. Secondo i ricercatori dell’Università del Minnesota e di altri istituti americani, un consumo abituale di dolcificanti artificiali come l’aspartame e la saccarina è associato a un maggiore accumulo di grasso corporeo, anche indipendentemente dalle calorie totali introdotte o dalla qualità generale della dieta. Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Obesity, suggerisce che sostituire lo zucchero con dolcificanti non calorici non sempre si traduce in una strategia efficace per la gestione del peso, e anzi, potrebbe avere effetti opposti sul lungo periodo. Negli ultimi decenni, le principali organizzazioni sanitarie come l’American Heart Association e l’American Diabetes Association hanno raccomandato di ridurre gli zuccheri aggiunti, promuovendo l’uso di dolcificanti a basso contenuto calorico per contrastare obesità e diabete di tipo 2. Prodotti con etichette come “zero calorie” o “senza zucchero” sono quindi diventati comuni nelle diete di milioni di persone. Tuttavia, le evidenze scientifiche sul loro reale impatto metabolico si sono fatte sempre più contrastanti. Alcuni studi hanno mostrato benefici modesti sul peso, ma altri hanno segnalato l’effetto opposto: chi consuma più frequentemente bevande o alimenti con dolcificanti artificiali tende ad avere un indice di massa corporea (BMI) più alto e una maggiore circonferenza addominale.
IL GRANDE STUDIO CARDIA: 3.000 ADULTI SEGUITI PER 25 ANNI
Per capire meglio questa relazione, il team di ricerca ha analizzato i dati del CARDIA Study (Coronary Artery Risk Development in Young Adults), un progetto epidemiologico che ha seguito oltre 3.000 uomini e donne tra i 18 e i 30 anni, reclutati in quattro città statunitensi (Birmingham, Chicago, Minneapolis e Oakland). I partecipanti sono stati monitorati dal 1985 al 2010, con valutazioni periodiche della dieta e dello stile di vita. In particolare, i ricercatori hanno calcolato quanto spesso venivano consumati alimenti e bevande contenenti dolcificanti artificiali, tra cui aspartame, saccarina e sucralosio, e hanno confrontato questi dati con le misurazioni del grasso corporeo ottenute tramite TAC (tomografia computerizzata). Dopo aver considerato fattori come età, sesso, livello di attività fisica, consumo calorico e qualità della dieta, è emerso un dato chiaro: chi consumava più dolcificanti artificiali, in particolare aspartame e saccarina, aveva volumi significativamente maggiori di grasso viscerale, sottocutaneo e inter-muscolare.
Le differenze non erano marginali. Rispetto a chi ne consumava meno, chi ne faceva il maggior uso presentava in media:
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+8-10% di grasso viscerale;
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+12-15% di grasso sottocutaneo;
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+10-13% di grasso inter-muscolare.
Inoltre, il consumo regolare di dolcificanti artificiali era associato a:
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aumento del peso corporeo e del BMI nel tempo;
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maggiore circonferenza della vita;
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e, cosa più importante, a un rischio più alto di sviluppare obesità nel corso dei 25 anni di osservazione.
Il rischio di diventare obesi, per chi si trovava nei livelli di consumo più alti di aspartame o bevande “diet”, risultava dal 50% al 70% maggiore rispetto ai consumatori minimi. Curiosamente, il sucralosio (più recente e presente in molti prodotti moderni “senza zucchero”) non mostrava lo stesso legame con l’accumulo di grasso, suggerendo che non tutti i dolcificanti agiscono allo stesso modo.
I MECCANISMI NASCOSTI DEI DOLCIFICANTI
Secondo gli autori, l’aumento del grasso corporeo associato a un consumo abituale di aspartame e saccarina non si spiega semplicemente con un eccesso di calorie, ma con una serie di meccanismi biologici e comportamentali che, insieme, alterano il modo in cui il nostro corpo gestisce il cibo, l’appetito e l’accumulo di grasso. Il primo meccanismo parte dal cervello. Quando percepiamo un sapore dolce, il nostro organismo “si prepara” all’arrivo di zucchero e quindi di energia. È una reazione evolutiva: il dolce segnala al corpo che sta arrivando carburante, e in risposta vengono rilasciati ormoni come l’insulina, pronti a gestire il glucosio nel sangue. Il problema è che, con i dolcificanti artificiali, questo segnale arriva ma non viene mai confermato. Il cervello crede che stia arrivando zucchero, ma in realtà non arriva nulla. A lungo andare, questo “inganno” può confondere i circuiti che regolano fame e sazietà: il corpo impara che il gusto dolce non è più garanzia di energia, e inizia a compensare mangiando di più nei pasti successivi. Diversi studi hanno confermato che un’esposizione prolungata al gusto dolce artificiale aumenta la preferenza per i cibi zuccherati o grassi e può stimolare il rilascio anticipato di insulina anche in assenza di zucchero. È un meccanismo paradossale: il corpo produce insulina come se stesse per ricevere energia, ma l’energia non arriva davvero. Il risultato è un senso di fame più marcato e una tendenza ad accumulare grasso. Anche i dati dello studio CARDIA confermano questo schema. Chi consumava più dolcificanti artificiali, in particolare aspartame e saccarina, non solo mostrava volumi maggiori di grasso corporeo, ma assumeva più calorie complessive durante la giornata, nonostante la dieta fosse simile per qualità. Questo indica che l’uso abituale di dolcificanti può modificare i segnali di fame e sazietà. Alcuni di questi effetti derivano da un’interferenza con ormoni intestinali come la leptina, che regola la sazietà, e il GLP-1, che controlla l’appetito e la glicemia. In pratica, chi consuma dolcificanti a lungo termine potrebbe avere un meccanismo di controllo dell’appetito meno efficiente, e quindi mangiare di più senza rendersene conto.

EFFETTI SUL MICROBIOTA
Negli ultimi anni, numerose ricerche hanno mostrato che i dolcificanti artificiali possono alterare profondamente il microbiota intestinale, cioè l’insieme di miliardi di batteri che vivono nel nostro intestino e influenzano digestione, immunità e metabolismo. Esperimenti su animali e studi clinici hanno dimostrato che aspartame, saccarina e sucralosio possono cambiare la composizione della flora batterica, riducendo le specie benefiche e favorendo quelle associate a infiammazione e dismetabolismi. Questi squilibri, noti come disbiosi, rendono la barriera intestinale più permeabile: piccole molecole di origine batterica, come le endotossine (LPS), riescono a passare nel sangue e a stimolare una risposta infiammatoria cronica di basso grado. Questo stato infiammatorio silenzioso, che spesso non dà sintomi evidenti, è tipico dell’obesità viscerale e del diabete di tipo 2. Secondo i ricercatori, i dolcificanti potrebbero innescare proprio questo processo: alterando la flora intestinale, favoriscono una condizione di infiammazione leggera ma costante che, nel tempo, porta a maggiore accumulo di grasso, soprattutto nella zona addominale.
Un’altra scoperta importante riguarda l’aspartame e un enzima chiave per la salute intestinale: la fosfatasi alcalina intestinale (IAP). Questo enzima aiuta a mantenere l’equilibrio del microbiota e neutralizza le tossine batteriche prima che attraversino la barriera intestinale. In esperimenti su animali, l’aspartame ha mostrato di inibire l’attività della IAP, riducendo la sua capacità protettiva. Il risultato? L’intestino diventa più permeabile, più tossine batteriche passano nel sangue, aumenta l’infiammazione sistemica e il corpo tende ad accumulare più grasso, specialmente grasso viscerale, il tipo di tessuto adiposo più pericoloso perché legato a un maggior rischio di malattie cardiovascolari e diabete. Si tratta di un effetto indiretto ma significativo, che collega il consumo di aspartame a un meccanismo biologico di infiammazione e accumulo adiposo indipendente dalle calorie introdotte.
Se l’aspartame sembra agire attraverso l’intestino e l’infiammazione, la saccarina potrebbe avere un effetto ancora più diretto. In laboratorio, questo dolcificante è stato osservato mentre stimolava la trasformazione delle cellule precursori del grasso in adipociti maturi, aumentando al tempo stesso la quantità di lipidi immagazzinati e riducendo la capacità delle cellule di bruciarli. In altre parole, la saccarina sembra favorire la formazione e la conservazione del tessuto adiposo.
Questo dato, anche se osservato principalmente in modelli cellulari e animali, si allinea perfettamente con i risultati dello studio CARDIA: chi consumava più saccarina presentava una quantità di grasso viscerale e sottocutaneo superiore del 10-14% rispetto ai consumatori minimi, e anche un aumento più marcato della circonferenza vita nel corso di 25 anni. Tutti questi meccanismi, alterazione dell’appetito, modifiche ormonali, disbiosi intestinale, inibizione enzimatica e stimolazione diretta degli adipociti, portano a un denominatore comune: l’infiammazione cronica di basso grado. È la stessa condizione che accompagna l’obesità viscerale e rappresenta un terreno fertile per malattie come diabete, ipertensione e disturbi cardiovascolari. Ciò che inizia con una semplice bibita “light” o un dolcificante nel caffè può, nel tempo, innescare una cascata metabolica sfavorevole: più infiammazione, più accumulo di grasso, meno sensibilità insulinica e una maggiore difficoltà nel controllare il peso corporeo.
L’idea che “senza zucchero” significhi “senza conseguenze” sta vacillando. Secondo questo studio venticinquennale, l’aspartame e la saccarina, due dei dolcificanti più usati al mondo, possono contribuire all’accumulo di grasso viscerale e aumentare il rischio di obesità. La salute metabolica non si ottiene solo contando le calorie, ma anche scegliendo alimenti che rispettano l’equilibrio del nostro organismo.
BIBLIOGRAFIA
Steffen BT et al. “Long-term aspartame and saccharin intakes are related to greater volumes of visceral, intermuscular, and subcutaneous adipose tissue: the CARDIA study” International Journal of Obesity, 2023.
